
Intervista al regista di Final Fantasy VII: advent children, presentato fuori concorso al festival del cinema di Venezia.
tratto da http://www.ilmanifesto.it/
«Cinema e videogames sono esperienze diverse, eppure tramite le emozioni, vorrei che ognuno potesse vivere il film in una maniera che esclude il senso unico». Incontro con Nomura Tetsuya, regista enfant prodige della Square-Enix
FEDERICO ERCOLE*
VENEZIA
Ètornato a Venezia Nomura Tetsuya, l'enfant prodige della Square-Enix, il giovane (è del 1970) talento che dopo avere esordito come character designer è ora il regista di kolossal videoludici come Kingdom Hearts e di Final Fantasy VII advent children, il lungometraggio sequel del settimo episodio delle «fantasie finali», uscito per la prima playstation nel 1997. Dopo il super trailer di mezz'ora visto nel 2004 quest'anno Nomura ha portato in anteprima mondiale il film completo. Sembra un po' deluso che finora la stampa non abbia riservato al suo film l'attenzione che si aspettava, d'altronde in Giappone, ma anche negli Stati uniti, Nomura è considerato una star e i suoi lavori sono amatissimi da migliaia di fan. È comunque difficile, visto che di proiezioni per il pubblico c'è ne è stata solo una mercoledì a mezzanotte e quarantacinque, che i numerosissimi estimatori nostrani di Final Fantasy si siano potuti godere la proiezione. E il film, come dice la dedica prima dei titoli di testa, è per «chi ha amato questo mondo».
L'anno scorso Nomura vestiva con un elegante completo nero griffato con le due effe di Final Fantasy, quest'anno invece porta pantaloncini e maglietta, comunque neri. Il suo volto ricorda quello di Cloud, ma soprattutto quello di Sora il bambino protagonista di Kingdom Hearts.
C'è da parte sua un'intenzione programmatica, o teorica, rispetto a questo film, che lo vorrebbe come il «bambino dell'avvento» di un nuovo cinema, che va oltre le definizioni di cinema o videogioco, qualcosa di nuovo che si distacca da entrambi?
Il mio punto di partenza è quello dei videogiochi, perché io vi ho lavorato esclusivamente per anni, come disegnatore dei personaggi e poi come regista. Quindi non posso che essere lontano, empiricamente parlando, da un cinema inteso nella sua classicità. L'origine unica e prima di Final Fantasy è il videogioco e se questo film esiste come cinema è un cinema fortemente contaminato. I videogiochi, anche se in maniera limitata dalla loro programmazione, sono interattivi ed è il giocatore che crea (vive) la storia. Il cinema è a senso unico, lo viviamo solo vedendolo. La regia di un videogioco è condivisa tra regista e giocatore, così i tempi dell'azione. Possiamo decidere dove andare, possiamo fermarci a contemplare un panorama. Andare a destra e sinistra e così cambiano le inquadrature e le sfumature; c'è anche il game over. Ci sono moltissime strade diverse. Da questo film, invece, io mi aspetto che gli spettatori abbiano impressioni differenti, dipendenti dallo loro sensibilità. Cinema e videogames sono esperienze diverse, eppure tramite le emozioni, vorrei che ognuno lo potesse vivere in una maniera che esclude il senso unico.
E cosa ci dice delle scene animate comprese nei videogiochi, che sono già cinema, anche se incluse in un qualcosa che sembrerebbe escluderlo? Non sono queste la prova di un legame forte tra i due mezzi d'espressione?
I film tratti finora dai videogiochi utilizzano un organico che comprende solitamente gente estranea a questi. Nel mio film invece hanno partecipato persone che lavorano ai giochi. Sono le stesse che per anni si sono occupate alla Square-Enix della realizzazione di Final Fantasy e altri lavori. È quindi naturale che nel film ci sia un'atmosfera comparabile a quelle delle sequenze animate estrapolate dalle nostre opere. Ma insisto s sottolineare una differenza. Dal film si «riceve» nel videogioco si «agisce» e si «comunica».
In questo film c'è un utilizzo frequente del telefono, che diviene metaforico, soprattutto nella bellissima scena in cui il cellulare di Cloud, ancora comunicante i messaggi della segreteria, sprofonda nell'acqua, imitando la discesa nel profondo di Aeris defunta che abbiamo vissuto nel videogioco. È come se il telefono, oggetto inanimato che diviene «vivo» quando attraverso di esso parla un vivente, fosse assimilato a personaggi numerici dei videogames, che non esistono finché non li si gioca.
È giusto. Ho sfruttato molte di queste metafore. Il fatto che il film esca in dvd permetterà agi spettatori di percepirne sempre di più. Ci tengo molto che emergano.
Come il lupo grigio, fantasmatico, che compare vicino a Cloud in alcuni segmenti.
Sì. Rivedendo il film la sua misteriosa presenza, attraverso l'emozione e la riflessione, vi sarà infine chiara. Io non ve ne voglio rivelare il significato, fa parte del piacere derivante dalla visione sviscerarne i simboli nascosti. Il film ne contiene numerosi. Io l'ho fatto apposta a lasciare misteri da svelare.
Come regista, quindi autore, si sente più realizzato nella dimensione del videogioco o del cinema?
Per entrambi, è solo una sfumatura differente. Però nei videogiochi c'è molto più tempo per esprimersi, si tratta di un mucchio di ore, mentre un lungometraggio ha una durata standard molto inferiore rispetto a un videogame.
Ha lavorato a questo film contemporaneamente al secondo episodio di Kingdom Hearts (il videogioco in cui i personaggi Disney interagiscono con quelli di Final Fantasy in un epopea fantasy cupa tipicamente Square), ci saranno analogie tematiche e ideologiche tra i due lavori?
Sì, Kingdom Hearts parte dall'idea di Final Fantasy, senza di questo non ci sarebbe stata la storia di Sora, Pippo e Paperino alla ricerca di Riku, Kairi e Topolino, minacciati dall'oscura presenza delle creature senza cuore che sono gli Heartless. Io ho lavorato dieci anni a Final Fantasy, ed è quindi inevitabile che ci sia una parentela, anzi addirittura una fratellanza. Oltretutto molti di coloro che hanno lavorato al film hanno anche lavorato al videogioco in questione.
Nel videogioco di Final Fantasy VII quando Cloud delira, in seguito al suo coma, mormora «Xenogears, Xenogears» (l'indimenticabile videogioco di Takahashi Tetsuya e Kato Masato, su robot, dio e schizofrenia), c'è un legame tra di essi?
No. È stato uno scherzo di chi si è occupato di inserire i dialoghi.
* Intervista realizzata con la collaborazione di Donatello Fumarola