giovedì, 06 gennaio 2005

 

Aldo Nove è un autore del '77 e si vede. Dalle tematiche trattate, dal modo di scirvere, dalla generazione ideale cui questo romanzo è probabilmente rivolto. Non alla sua, ma ai giovani di oggi, magari meno disillusi e con meno sogni rinfilati nel cassetto e forse più creativamente interessati a quel che racconta questo libro. Ora, a me sembra che questo sia un insieme di  storie corte ma disvelanti, di un ragazzetto di un paesino sardo ancora estraneo al consumismo, ma scritte come te le racconterebbe lo stesso ragazzetto. In maniera (dis)incantata, pura, quasi estranea ai fatti che accadono:  "Poi con i miei genitori siamo andati a mangiare la pizza in un ristorante che c'è vicino a Como. Durante il viaggio guardavo al finestrino le case che passavano lontane, erano tranquille, le avevano costruite e rimanevano con le ombre   i bambini i signori che entravano dalle porte e uscivano e i motorini sulla strada come in un quadro dipinto da una bambina perchè quella è stata la giornata più bella della mia vita, la pizza era buona è stato il giorno più bella della mia vita".

E' come se fosse un diario sulla propria adolescenza, scritto in maniera inguaribilmente adolescienziale (manca quasi del tutto la punteggiatura, diversi congiuntivi etc.; ma soprattutto si intende la rivendicazione di semplici concetti che sbugiardano e ignudano un mondo di ipocrisie). Tuttavia quasi sempre si percepisce accanto l'occhio del ragazzino, la mano ferita del grande, dell'eterno bambino che sa di non essere più bambino. "Ho capito che cosa significa essere un bambino anziano rispetto a quelli che sono nati qualche anno dopo di te che sono davvero bambini mentre tu stai cambiando non sei più un bambino, al cento per cento non sei più un bambino". Veicolo dell'anzianità del bambino è un mondo tutto nuovo, da una parte la pornografia d'accatto, i discorsi dei vecchi (sulla religione o sulla rivoluzione, a seconda) gli altri amici che si fanno furbi, dall'altra il cieco cinismo che tutto livella. Se quindi a tratti il libro è assai malinconico, si ripiglia testardamente sull'ironia, sulla situazione inequivocabilmente buffa, restia ad ogni normalizzazione. Per dirne una la storia del Cottolengo e per dirne due quella sul gatto orrendo. Immaginatevi un bambino, figlio di un becchino, che nel tentativo di salvare un gatto tignoso appollaiato su un tetto alla fine lo uccide. Insomma; questo viaggio nel mondo là fuori ("allora non c'era più niente, ho messo la tutina della Chicco e sono uscito nel nulla assoluto") è un'epica entrata e uscita dall'adolescenza a fianco del cadavere di una balena che pinocchio se l'è sbranato, ma va bene così.

postato da: tristan_ alle ore 18:04 | Permalink | commenti
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